In attesa che smetta di piovere ...

 

patbici

Biker popularis
10/9/19
93
75
0
51
bologna
Bike
Cube race one - triban rc 520
Non so se ricordi, fedele lettore (cit.).

Qualche mese fa mi sono imbrancato con altri simpatici un pò attempati che ho battezzato "gli eroici", ed ho scoperto che, goliardia a parte, avevano una buona gamba oppure era la mia ad essere pessima.

Da quel momento, li ho visti quasi tutte le settimane, covid permettendo. Abbiamo fatto giri lunghi, corti, talvolta simbolici. Ma mi sono sempre divertito, e quindi ho perseverato. Di nascosto, poi, ho fatto qualche "uscita" sui rulli. Non so perchè, ma sui rulli faccio molta più fatica che fuori, sudando come una bestia. Ma, evidentemente, serve.

Un paio di settimane fa arriva il messaggio. "eroici, solito posto domenica alle 10". Il capo spirituale del gruppetto propone un giretto sui colli, una roba leggera pre-prandiale. Ci infiliamo in val di zena, saliamo quanto basta, caffè, discesa e piadina finale.

Io avevo in mente un altro giro più ambizioso, ma viene cortesemente cassato perchè non implica l'irrinunciabile piadina. Io taccio, 'che sono l'ultima ruota del carro. E poi la piada piace pure a me.

Partiamo. Le gambe si sciolgono mentre chiacchero con Ivo della sua bici nuova.

E' divertente parlare con Ivo. Tra l'altro, lui indossa il medesimo completino invernale che ho addosso anche io, solo che lui è secco secco, taglia S, mentre io sono un omino michelin di taglia XL. Visti insieme, sembriamo Stanlio ed Ollio, e gli altri non mancano di farcelo notare.

Tra frizzi e lazzi scendiamo lungo via Murri, poi via degli Orti ed eccoci a San Lazzaro, all'imbocco della valle.
Piano piano, senza accorgerci, aumentiamo l'andatura. Non so se siano le chiacchere, non so se siano i rulli, ma mi sento particolarmente bene. Gli altri ci seguono, ma un poco a distanza. Quando ce ne accorgiamo rallentiamo ma poi riprendiamo la testa del gruppo. Le nostre gambe oggi vanno in sincrono, ed ammiriamo la campagna che ci sfila accanto vagheggiando di casette sui colli.

Abbiamo entrambi figli, Ivo ed io. Io gli racconto i fatti dei gemelli, e lui contraccambia col racconto della figlia che vuole trasformare la cantina in una palestra di kickboxing. Già ci immaginiamo a tirar pugni e mangiar salami, magari accompagnati da buon vino.

Qualche tempo dopo arriviamo a Zena, che nella mia testa costituisce il confine tra la Val di Zena facile ed il mondo esterno sconosciuto.
Da li in avanti la strada si inerpica in salita, non tremenda ma lunga, fino a Quinzano. E dopo Quinzano c'è Loiano, e quei tre ultimi chilometri sono duri.

A Quinzano son già salito ad ottobre, con la pioggia e il freddo, tenendo duro ma sputando l'anima. All'epoca fui salvato da A., che senza farmelo pesare mi fece da balia nella parte terminale del percorso. A Zena, però, A. decide di mollare. Non avevamo programmato di proseguire e lui deve prodursi in una serie di incastri per visitare il parentame prima della serrata natalizia. Anche C. è per tornare indietro, visto che l'ora di pranzo si avvicina.

Io e Ivo ci guardiamo intorno. E' una splendida giornata di sole. Faceva freddo alla partenza, ma ora siamo caldi e ci sentiamo gagliardi. Io, in particolare, mi sento un tutt'uno con la bici, come una sorta di centauro coi pedali al posto delle zampe. Sarebbe tardi, e i figli ci aspettano, ma guarda che giornata che si è aperta. Qualche cauta telefonata per ricevere le muliebri benedizioni ed è deciso. Si va a Quinzano, poi si torna di volata e siamo a casa subito dopo pranzo.

Si riparte. La Val di Zena, prima affollata di macchine incazzose, che ci suonavano spesso e volentieri si è svuotata. Sulla strada ci siamo solo noi e pochi altri ciclisti, coi quali scambiamo complici cenni di saluto e intesa.
La strada è nostra, vogliono dire i cenni. Là sotto, Bologna ponza sul divano, e in altri momenti quei tizi in macchina potremmo essere noi.
Ma non ora. Qui, adesso, il mondo è nostro. Noi siamo i tizi che, a forza di pedali, si stanno guadagnando sul campo il diritto di veder le valli dall'alto.

Come sto bene. Non se se sia la compagnia di Ivo o se chiaccherando si senta meno la fatica.
A ottobre, sullo stesso percorso, stringevo i denti combattendo con la pulsione a trovare una scusa e tornare indietro. Oggi mi sembra molto meno duro, e pur tenendo un ritmo che per i miei standard è decoroso riesco a trovare il fiato per parlare con Ivo delle rispettive professioni, che presentano complessità del tutto simili. Solo alla fine cedo, tanto che Ivo arriva al baretto di Quinzano con un centinaio di metri di vantaggio.

Il tempo di due foto commemorative, e si comincia la discesa. Va bene che le mogli ci hanno dato il libera uscita, ma siamo entrambi mariti esperti che sanno quanto tirare la corda. Inoltre è pomeriggio, c'è sempre il sole ma scalda molto meno. Insomma, è tempo di rientrare.

Facciamo cauti le prime curve, ma in giro non c'è veramente proprio nessuno. Allora sproniamo i cavalli, e per la prima volta scopro il significato dell11, e capisco perchè i biciclettari si ostinano ad infilarlo in ogni cassetta.

Scendiamo agili, in fila indiana, a pochi metri di distanza lì'uno dall'altro. Il vento della corsa mi taglia la faccia, mentre mi studio di appiattirmi il più possibile in presa bassa. Non so che cosa sti accadendo. Io solitamente sono un prudente, e scendere a perdifiato con la bicicletta tagliando le curve di una strada mezza marcia non è una grande idea. Ma non importa, oggi va così. Pedalo come un matto per poi staccare all'ultimo secondo prima della curva. Arretro il sedere per contrastare al meglio la decelerazione che i dischi trasmettono alla bici. Non voglio sapere cosa succede se quel disco di metallo, che sarà spesso in tutto 3 millimetri, decidesse di mollare sotto la pressione dei miei 90 chili lanciati ai 1000 all'ora. Sono un tutt'uno con la biga e so, d'istinto, che non succederà.

Guardo Ivo, e c'intendiamo con lo sguardo. Sorridiamo entrambi. Lo vedo che pensa le mie stesse cose. Oggi siamo invincibili.
Facciamo l'ultimo curvone ed ecco, ci siamo bevuti in un lampo i 5 chilometri della discesa. Siamo tornati nel mondo, si rivedono le prime macchine, è tempo di rallentare. Ma nessuno vuole, in realtà. Scendiamo a valle dribblando il poco traffico e spingendo il più possibile. Superiamo qualche e-biker di ritorno dal proprio giro, che ci guarda stranito.

Al laghetto dei castori ci separiamo, la moglie e i figli di Ivo lo stanno aspettando li, mentre io devo tornare alla base.
Pedalo come un matto, e nella parte finale della valle, tra Botteghino e San Lazzaro, mi ingarello con un tizio che, vedendosi superato, accellera e mi si mette a ruota.
Ora, lo so che 'sto ingarellamento tra adulti è una cosa idiota, da bambini. Normalmente, lascerei il passo, andandomene con il mio ritmo. ma oggi no, oggi sono fortissimo. Quindi ci tiro il più possibile e - per la prima volta in vita mia - riesco a seminare un ciclista "vero".

Questa cosa mi gasa, ah se mi gasa. Ho seminato un ciclista. Non uno come me, che assomiglia ad un ciclista quanto un trattore a una Ferrari, ma uno abbastanza giovane, con una bella bici, che sembrava sapere quello che faceva.
"Dio, come sono veloce" mi dico. Se ho superato quel tizio, vuol dire che sono velocissimo. Starò polverizzando tutti i miei record su Strava. Cazzo, non vedo l'ora di guardare la traccia. Perchè si, oggi sono veloce. Veloce. Velocissimo.

Attraverso la città e arrivo alla macchina. Non bado al GPS, che è intelligente e si ferma da solo.
Smonto la ruota anteriore e infilo la bici nel bagagliaio. Tolgo gli occhiali da sole, che altrimenti da vicino non ci vedo. Butto i guanti in macchina, fletto le dita e finalmente e guardo l'orologio, pregustando il momento.
Schiaccio il tasto inferiore, per salvare la traccia. Aspetto che compaia la familiare clessidra e .... sorpresa.
Mi sono dimenticato di attivare il GPS. Non ho registrato nulla. Cazzo, niente traccia polverizzatrice di ogni record presente passato e futuro.

Addio, sogni di gloria.

Ci vediamo la prossima volta.
 

emmellevu

FAT-Biker meravigliosus
17/12/13
21.130
1
3.861
0
Monza e Brianza
Bike
Salsa Bucksaw, Specialized Diverge
Non so se ricordi, fedele lettore (cit.).

Qualche mese fa mi sono imbrancato con altri simpatici un pò attempati che ho battezzato "gli eroici", ed ho scoperto che, goliardia a parte, avevano una buona gamba oppure era la mia ad essere pessima.

Da quel momento, li ho visti quasi tutte le settimane, covid permettendo. Abbiamo fatto giri lunghi, corti, talvolta simbolici. Ma mi sono sempre divertito, e quindi ho perseverato. Di nascosto, poi, ho fatto qualche "uscita" sui rulli. Non so perchè, ma sui rulli faccio molta più fatica che fuori, sudando come una bestia. Ma, evidentemente, serve.

Un paio di settimane fa arriva il messaggio. "eroici, solito posto domenica alle 10". Il capo spirituale del gruppetto propone un giretto sui colli, una roba leggera pre-prandiale. Ci infiliamo in val di zena, saliamo quanto basta, caffè, discesa e piadina finale.

Io avevo in mente un altro giro più ambizioso, ma viene cortesemente cassato perchè non implica l'irrinunciabile piadina. Io taccio, 'che sono l'ultima ruota del carro. E poi la piada piace pure a me.

Partiamo. Le gambe si sciolgono mentre chiacchero con Ivo della sua bici nuova.

E' divertente parlare con Ivo. Tra l'altro, lui indossa il medesimo completino invernale che ho addosso anche io, solo che lui è secco secco, taglia S, mentre io sono un omino michelin di taglia XL. Visti insieme, sembriamo Stanlio ed Ollio, e gli altri non mancano di farcelo notare.

Tra frizzi e lazzi scendiamo lungo via Murri, poi via degli Orti ed eccoci a San Lazzaro, all'imbocco della valle.
Piano piano, senza accorgerci, aumentiamo l'andatura. Non so se siano le chiacchere, non so se siano i rulli, ma mi sento particolarmente bene. Gli altri ci seguono, ma un poco a distanza. Quando ce ne accorgiamo rallentiamo ma poi riprendiamo la testa del gruppo. Le nostre gambe oggi vanno in sincrono, ed ammiriamo la campagna che ci sfila accanto vagheggiando di casette sui colli.

Abbiamo entrambi figli, Ivo ed io. Io gli racconto i fatti dei gemelli, e lui contraccambia col racconto della figlia che vuole trasformare la cantina in una palestra di kickboxing. Già ci immaginiamo a tirar pugni e mangiar salami, magari accompagnati da buon vino.

Qualche tempo dopo arriviamo a Zena, che nella mia testa costituisce il confine tra la Val di Zena facile ed il mondo esterno sconosciuto.
Da li in avanti la strada si inerpica in salita, non tremenda ma lunga, fino a Quinzano. E dopo Quinzano c'è Loiano, e quei tre ultimi chilometri sono duri.

A Quinzano son già salito ad ottobre, con la pioggia e il freddo, tenendo duro ma sputando l'anima. All'epoca fui salvato da A., che senza farmelo pesare mi fece da balia nella parte terminale del percorso. A Zena, però, A. decide di mollare. Non avevamo programmato di proseguire e lui deve prodursi in una serie di incastri per visitare il parentame prima della serrata natalizia. Anche C. è per tornare indietro, visto che l'ora di pranzo si avvicina.

Io e Ivo ci guardiamo intorno. E' una splendida giornata di sole. Faceva freddo alla partenza, ma ora siamo caldi e ci sentiamo gagliardi. Io, in particolare, mi sento un tutt'uno con la bici, come una sorta di centauro coi pedali al posto delle zampe. Sarebbe tardi, e i figli ci aspettano, ma guarda che giornata che si è aperta. Qualche cauta telefonata per ricevere le muliebri benedizioni ed è deciso. Si va a Quinzano, poi si torna di volata e siamo a casa subito dopo pranzo.

Si riparte. La Val di Zena, prima affollata di macchine incazzose, che ci suonavano spesso e volentieri si è svuotata. Sulla strada ci siamo solo noi e pochi altri ciclisti, coi quali scambiamo complici cenni di saluto e intesa.
La strada è nostra, vogliono dire i cenni. Là sotto, Bologna ponza sul divano, e in altri momenti quei tizi in macchina potremmo essere noi.
Ma non ora. Qui, adesso, il mondo è nostro. Noi siamo i tizi che, a forza di pedali, si stanno guadagnando sul campo il diritto di veder le valli dall'alto.

Come sto bene. Non se se sia la compagnia di Ivo o se chiaccherando si senta meno la fatica.
A ottobre, sullo stesso percorso, stringevo i denti combattendo con la pulsione a trovare una scusa e tornare indietro. Oggi mi sembra molto meno duro, e pur tenendo un ritmo che per i miei standard è decoroso riesco a trovare il fiato per parlare con Ivo delle rispettive professioni, che presentano complessità del tutto simili. Solo alla fine cedo, tanto che Ivo arriva al baretto di Quinzano con un centinaio di metri di vantaggio.

Il tempo di due foto commemorative, e si comincia la discesa. Va bene che le mogli ci hanno dato il libera uscita, ma siamo entrambi mariti esperti che sanno quanto tirare la corda. Inoltre è pomeriggio, c'è sempre il sole ma scalda molto meno. Insomma, è tempo di rientrare.

Facciamo cauti le prime curve, ma in giro non c'è veramente proprio nessuno. Allora sproniamo i cavalli, e per la prima volta scopro il significato dell11, e capisco perchè i biciclettari si ostinano ad infilarlo in ogni cassetta.

Scendiamo agili, in fila indiana, a pochi metri di distanza lì'uno dall'altro. Il vento della corsa mi taglia la faccia, mentre mi studio di appiattirmi il più possibile in presa bassa. Non so che cosa sti accadendo. Io solitamente sono un prudente, e scendere a perdifiato con la bicicletta tagliando le curve di una strada mezza marcia non è una grande idea. Ma non importa, oggi va così. Pedalo come un matto per poi staccare all'ultimo secondo prima della curva. Arretro il sedere per contrastare al meglio la decelerazione che i dischi trasmettono alla bici. Non voglio sapere cosa succede se quel disco di metallo, che sarà spesso in tutto 3 millimetri, decidesse di mollare sotto la pressione dei miei 90 chili lanciati ai 1000 all'ora. Sono un tutt'uno con la biga e so, d'istinto, che non succederà.

Guardo Ivo, e c'intendiamo con lo sguardo. Sorridiamo entrambi. Lo vedo che pensa le mie stesse cose. Oggi siamo invincibili.
Facciamo l'ultimo curvone ed ecco, ci siamo bevuti in un lampo i 5 chilometri della discesa. Siamo tornati nel mondo, si rivedono le prime macchine, è tempo di rallentare. Ma nessuno vuole, in realtà. Scendiamo a valle dribblando il poco traffico e spingendo il più possibile. Superiamo qualche e-biker di ritorno dal proprio giro, che ci guarda stranito.

Al laghetto dei castori ci separiamo, la moglie e i figli di Ivo lo stanno aspettando li, mentre io devo tornare alla base.
Pedalo come un matto, e nella parte finale della valle, tra Botteghino e San Lazzaro, mi ingarello con un tizio che, vedendosi superato, accellera e mi si mette a ruota.
Ora, lo so che 'sto ingarellamento tra adulti è una cosa idiota, da bambini. Normalmente, lascerei il passo, andandomene con il mio ritmo. ma oggi no, oggi sono fortissimo. Quindi ci tiro il più possibile e - per la prima volta in vita mia - riesco a seminare un ciclista "vero".

Questa cosa mi gasa, ah se mi gasa. Ho seminato un ciclista. Non uno come me, che assomiglia ad un ciclista quanto un trattore a una Ferrari, ma uno abbastanza giovane, con una bella bici, che sembrava sapere quello che faceva.
"Dio, come sono veloce" mi dico. Se ho superato quel tizio, vuol dire che sono velocissimo. Starò polverizzando tutti i miei record su Strava. Cazzo, non vedo l'ora di guardare la traccia. Perchè si, oggi sono veloce. Veloce. Velocissimo.

Attraverso la città e arrivo alla macchina. Non bado al GPS, che è intelligente e si ferma da solo.
Smonto la ruota anteriore e infilo la bici nel bagagliaio. Tolgo gli occhiali da sole, che altrimenti da vicino non ci vedo. Butto i guanti in macchina, fletto le dita e finalmente e guardo l'orologio, pregustando il momento.
Schiaccio il tasto inferiore, per salvare la traccia. Aspetto che compaia la familiare clessidra e .... sorpresa.
Mi sono dimenticato di attivare il GPS. Non ho registrato nulla. Cazzo, niente traccia polverizzatrice di ogni record presente passato e futuro.

Addio, sogni di gloria.

Ci vediamo la prossima volta.
La cosa piu' sorprendente e' il livello di dettaglio con cui ti ricordi il sogno dopo il risveglio :smile:
 

patbici

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Ieri sera la chat del gruppetto con cui esco ronza di attività. Usciamo ? Non usciamo ? I più sono dubbiosi, nevica e fa un freddo cane. Ci lasciamo senza un nulla di deciso.
Stamattina, alla sveglia ci sono 4 o 5 gradi sotto lo zero. La mia macchina, giù in cortile, è accucciata mesta sotto un mucchio di neve, coi ghiaccioli che pendono dallo scarico.
E tuttavia, il cielo è terso, sara' una giornata di sole, di quelle trasparenti giornate invernali che di solito incontri in montagna e non nella mia bassa.
Faccio colazione, sapendo che saremo fuori a pranzo. Guardo luna rossa massacrare ineos insieme ai ragazzi e penso che in altri tempi, pinguini o meno, sarei stato al mare, a far kite.
Ma c'è troppo sole. Vado a fare 2 ore di giro, e giuro a mia moglie, che chiaramente non mi crede, che sarò a casa in tempo per cambiarmi e uscire.
Mi intabarro con intimo termico, felpina, supergiacca, colbacco in pelo d'orso, copriscarpe, bandana, fiaschetta di grappa e alla fine sembro l'omino michelin. Inforco la biga, rischio la vita su di un paio di lastre di ghiaccio e parto.
Farò due ore di pianura, che il tempo e' tiranno, onde evitare di prendere ghiaccio in discesa. Adesso, poi, il sole scalda, le strade sono pulite...
Prima destinazione Molinella, con la sua torre pendente. Faccio questi primi 21 km applicandomi a pedalare bene. Con la pedalata rotonda (cioè spingendo e tirando) aumento progressivamente la frequenza e poi cerco di mantenerla, piegato in avanti per limitare la resistenza. Il respiro è arzillo, ho caldo ma tengo, mi spogliero' dopo.
Ogni tanto do un occhio al GPS, che mi incoraggia restituendo valori sopra ai 30 km all'ora. Faccio chilometri ai 31, 32, 33 ... leggo e trasecolo. E' tanta roba per me. Non me ne capacito e mi gaso, rilanciando la bici ogni volta che posso.
20 e rotti km dopo sono a Molinella, stanco ma felice. Attraverso il paese a passo lento, mi tolgo qualcosa e inizio il semicerchio di ritorno, destinazione Baricella.
Ho una idea solo vaga del modo di arrivarci, quindi seguo i cartelli.
Appena fuori da Molinella la strada piega decisa a sinistra e incoccio il vento.
Dapprima qualche raffica, poi sempre più forte. Quando arrivo a Baricella, 15 km dopo, e' diventato una costante. Intanto io spingo. Spingo, ma non vado. 23, 24, 25... fare i 25 è uno sforzo immane.
Mentre bestemmio sui pedali, sbucano fuori due cani dalla mia destra che si fiondano sulla bici. " cacchio mi mangiano" penso, ma stanno solo giocando a rincorrersi e dopo poco mi ignorano.
A forza di spingere, arriva un dolorino al fianco, che piano piano aumenta. Ma io spingo ignorandolo, sono in quel tipico stato d'animo alla "boia chi molla" che uno dovrebbe riservare a circostanze migliori.
Finalmente il cartello Granarolo, svolto a sinistra e in qualche chilometro sarò a casa. Imbocco lo stradone e... la bici prende la ruzzola, da sola. Io la rilancio, desideroso di sprint finale e arrivo a casa in tromba, ed in perfetto orario. Mi concedo addirittura il lusso di essere docciato e vestito prima di mia moglie. Lei mi guarda stupita: " sei in orario, addirittura in anticipo. Ma chi se tu ? Esci da quel corpo, satana!".
Più tardi, guardando questi 60 km sulla traccia GPS, l'amara verità. Quando facevo i 32 o 33 avevo il vento a mio favore.
Pedalata rotonda o meno, sono la solita pippa.
 
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patbici

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. Mi è venuto in mente che qui, da queste parti, c'è la deviazione che mi fa passare in val di zena, e da li, scendendo a valle, c'è il raccordo che ti fa arrivare a Pianoro, nella Valle del Savena.

Che figata di giro, sarebbe. Il giro delle tre Valli.
Il giro delle tre valli, che bel nome. Suggestivo. Ti da l'idea di dolomiti, boschetti lontani, prati fioriti e, caprette che fanno ciao.
E' da questa estate che ce l'avevo in mente. Ho anche provato più volte a farlo: ogni volta un intoppo mi ha impedito l'impresa.
La prima volta, il mio amico ha dato forfait dopo la prima salita. Un'altra volta, pioveva. Una terza ho bucato e la bomboletta non è servita a niente. Potrei andare avanti delle ore.
Eppure, continuava a girarmi in mente.
Venerdì notte mi sono svegliato a guardare Luna Rossa, e poi non sono riuscito a riaddormentarmi. Mezzo rimbecillito ho visto un'alba nebbiosa e faticosamente, tra le nubi del sonno ho capito che era un bene. Se c'è nebbia c'è caldo, e se c'è caldo, forse viene il sole.
Io ho dormito tre ore e sono totalmente rinco. Nemmeno il caffè serve. Dovrei anche lavorare un pochino, per non parlare della lampadina del bagno che va cambiata e non riesco ad aprire quel cavolo di plafoniera. Non ho tempo per uscire in bici. No, non se ne parla.
...
...
...

Due ore dopo sono in bici.

Vi risparmio la lirica, ma è' stato un giro bellissimo, e verso la fine, mi sono accorto che, se uno decidesse di superare il fondovalle savena ed arrivare al Reno, verso Sasso Marconi, le valli potrebbero essere quattro.

NB: domenica mattina, invece, altro giro col gruppetto che potrebbe essere chiamato il giro dei tre bar. Ne sono uscito alticcio, ma felice. E non so quale sia il ciclismo che mi piace di più.
:-)