Finalmente ce l'ho fatta!!!

FRWalter

Biker urlandum
17/6/08
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Sulle nuvole
Mai come in questo caso l'espressione "fatica letteraria" trova il suo ambito.

A quasi 2 mesi dalla 24 ore di Finale Ligure, ho buttato giù "qualche riga":smile:(a essere precisi sono 465), ma ho fatto la solenne cazzata di lasciar raffreddare il chiodo prima di batterlo. Ho cominciato la sera del 25 Maggio, appena rientrato dall'evento, e ho finito STASERA, dopo un numero imprecisato di serate spese senza buttare giù una riga.

E infatti, me ne rendo conto che il succo è parecchio allungato, che i periodi tirati per i capelli non si contano, ma oramai avevo cominciato, col piede giusto, anche se poi mi sono leggermente perso per strada.

A VOI: esprimete pure qualsiasi parere, salvifico o lapidario, come sempre, mi assumo la responsabilità di qualunque cosa, bianca o nera, provenga dalla mia mente.


[FONT=&quot]24 h. Finale Ligure 2009.[/FONT]​
Elogio del grido​
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[FONT=&quot]1)[FONT=&quot] [/FONT][/FONT][FONT=&quot]Una doverosa citazione[/FONT]
[FONT=&quot]“Vi sono situazioni che gli uomini afferrano per istinto, ma che non si possono commentare con la parola: il più gran poeta, in questo caso, è colui che manda il grido veemente e più naturale. La folla prende tal grido per un intero racconto, ed ha ragione di contentarsene, e più ragione ancora di trovarlo sublime, quando è vero”[/FONT]
[FONT=&quot] [/FONT]
[FONT=&quot](Alexandre Dumas, “Il conte di Montecristo”)[/FONT]
[FONT=&quot] [/FONT]
[FONT=&quot]Se Dumas ci avesse conosciuto, sarebbe stato orgoglioso di noi. Ora, nell’attesa che vi passi la pelle d’oca per la frase riportata, cercherò di fare un breve resoconto della 24 ore di Finale, di come l’ho vissuta, di cosa ha rappresentato per me. Premetto che le indicazioni di orario sono quantomai aleatorie, perché non ho avuto mai il tempo di dare neanche un’occhiata all’orologio, parcheggiato Venerdì sera in uno zaino e rimesso al polso Domenica dopo pranzo.[/FONT]
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[FONT=&quot]2)[FONT=&quot] [/FONT][/FONT][FONT=&quot]Partenza. [/FONT]
[FONT=&quot]Venerdì 22 Maggio, ore 17.45[/FONT]
[FONT=&quot]Una vittoria l’ho già conquistata: un ritardatario cronico come me che prepara un mega-bagaglio come quello necessario all’evento in firma nel misero tempo di un’ora e 45 minuti, compreso lavaggio bici e sdraio con idropulitrice, e sosta per comprare il pane, ha già varcato i confini della consuetudine. Non faccio in tempo ad autostimarmi, però, che mi tocca realizzare che sono le 17.45, che troverò il traffico del rientro e che non ho la minima idea delle condizioni dell’autostrada.[/FONT]
[FONT=&quot] [/FONT]
[FONT=&quot]E infatti gli otto chilometri che mi separano dal casello sono un viaggio della speranza, esattamente come i sei e mezzo tra il display luminoso “Code in uscita – Spotorno”, e l’uscita. Il resto è tutta una sparata a 150 di media, con un’unica pausa “B-P” (Benzina-Pisciata), versione corta della già collaudata “BCP” (Benzina-Caffè-Pisciata). Comunque, riesco ad arrivare all’incirca alle 20.00, e a NON farmi sentire, perché i telefonini prendono letteralmente col culo. Il tentativo di chiamare Mike riesce solo in parte, tenendo il telefonino lontano dalla faccia per non filtrare il già pochissimo segnale a disposizione, e berciando nel vivavoce come una scimmia urlatrice, tra gli sguardi divertiti degli addetti alle infos. Per quanto poco speranzoso nella riuscita del tentativo, vedo arrivare dalla strada maestra le due biciclettine-shuttle con a bordo Massimo e Juri, che mi fanno: “Parcheggia lì”.[/FONT]
[FONT=&quot]E su questa esortazione, non faccio in tempo a separare la forzata simbiosi culo-sedile che la mia roba è già tutta trasbordata nella “nostra” tendopoli, compresa la bici rimontata in tempo zero. Dopo aver superato lo shock di sentirmi un parassita perché qualcun altro ha pensato al mio bagaglio, senza per questo darmi il tempo di rendermene conto, ho parcheggiato e chiuso la macchina. Probabilmente le 3 confezioni di Becks da 66 gentilmente fornite da me, e la pasta in cottura erano un argomento troppo convincente per star lì a pensare “io-porto-questo-che-tu-porti-quello”, e l’arrivo nel nucleo della tendopoli già mi lascia quasi senza parole. Non capita tutti i giorni di vedere non una, ma addirittura TRE De Lorean, l’autovettura resa famosa da “Ritorno al futuro”, film che a sua volta ha reso famoso Michael J.Fox, dimostratasi però l’esatto contrario di un successo commerciale. E infatti il tema della manifestazione è “bike to the future”, col gioco di parole alimentato da “Back to the future”, titolo originale del film, che tra l’altro penso di aver visto a occhio e croce un miliardo di volte. Quanti ricordi…[/FONT]
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[FONT=&quot]Per il resto, ambientazione favolosa: un palcoscenico per eventi “Live” che aveva poco da invidiare a quello dei Genesis al circo massimo (14 Luglio 2007: mi sto mangiando ancora le palle per essermelo perso), e la più alta densità di bikers italiani, tedeschi, svizzeri, austriaci, inglesi, americani, cechi etc. etc. etc. che si potesse immaginare. Mi ero documentato in lungo e in largo, in materia, mi era stato detto che si parlava dell’evento chiave, dell’accademia, dell’ammiragliato del biking Endurance, e questa nomea è meritata in tutto e per tutto. Nei 3 giorni hanno suonato sul palco di cui sopra diversi gruppi, non conosciutissimi a livello di nome ma di una bravura sconcertante, rendendo ancora più adrenalinico il tutto. Basta guardarsi attorno per rendersi conto di essere capitati in una specie di formicaio, in cui tantissimi tra atleti, spettatori e curiosi hanno di che spaziare, tra stand enogastronomici, ciclistici, musicali e varieedeventualistici: non delude le attese, Finale![/FONT]
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[FONT=&quot]3)[FONT=&quot] [/FONT][/FONT][FONT=&quot]Premiata osteria “Da Turi”[/FONT]
[FONT=&quot]Ore 20.30 circa[/FONT]
[FONT=&quot]Il tempo di arrivare, accendere la telecamera (girato in totale: 3 minuti a voler esagerare, prossima volta farò di meglio), e mi accorgo che al nostro tavolo, allestito in mezzo al “recinto” che rappresentava il nostro cortiletto nella tendopoli, c’è un personaggio mai visto prima. Trattasi di “CapoGufo”, il capo dei “Gufi di Trento”, veterani di lunghissimo corso degli eventi Endurance in casa e fuori: sono i nostri vicini, e alloggiano nella struttura provvisoria davanti alla nostra.[/FONT]
[FONT=&quot] Si presenta come “quello che correrà al posto mio”, e la cosa mi mette in tempo zero di cattivo umore, tant’è che faccio per andarmene piantando là il bagaglio appena trasferito. Mi si fa cortesemente notare che si trattava di una battuta (meno male), e che il personaggio in oggetto sarebbe stato nostro (gradito) ospite per cena. Poi, verrò a conoscenza di Angelo, in arte “24hPassion”, che non vedeva l’ora di fare la mia conoscenza e darmi una manata nelle palle mentre Juri ci fa una foto insieme: obiettivo mancato di poco, per fortuna.[/FONT]
[FONT=&quot]Come il titolo suggerisce, il buon Cristian si è messo di gran lena ai fornelli, nel tentativo semi-riuscito di placare la fame di un’orda barbarica come i “Regalati siam cari”. Oltre a una pasta cento volte meno scotta di quella offerta dal catering finalese (comunque onore al merito: 3 giorni di spadellamenti non sono da tutti), l’osteria proponeva un intero assortimento di carni alla piastra, comprendente tutti (ma proprio tutti) i classici del genere: bracioline, spiedini, salamelle, salsiccette, e addirittura, in compendio ad una mia richiesta scherzosa, hamburger e wurstel. Hai voglia te…[/FONT]
[FONT=&quot]Nella prima tornata, la fanno da padroni bracioline e salamelle. Nella seconda… leggete più avanti che il contesto è fondamentale. Io e Cobas, volendo onorare fino in fondo l’ottima cucina di casa Rizzato, ci siamo fatti il bis di pasta. Per la serie: “spendo meno a farti un vestito che una cena”. Del resto, la nostra voracità (di tutti intendo, non fate finta di niente!) è oramai più famosa che famigerata.[/FONT]
[FONT=&quot] [/FONT]
[FONT=&quot]4)[FONT=&quot] [/FONT][/FONT][FONT=&quot]Una birretta?!?[/FONT]
[FONT=&quot]Ore 22.00 circa[/FONT]
[FONT=&quot]Dopo aver cenato (o meglio: scofanato) abbondantemente, andiamo a farci un giretto, nel tentativo di scoprire da dove provengono gli assordanti suoni che sentiamo. Ma verranno dal palco?!? Fortunatamente l’abbondante bevuta al tavolo aiuta alla grande a mitigare quella tensione da pre-partenza che da sempre sento addosso. Mi sto riprendendo con gli interessi tutti gli anni di pattume/piattume emotivo che ho affrontato. Chiaro, non si parla di un’intero anno senza thrilling, ma di intere settimane in cui mi mancava seriamente qualcuno con cui parlare, magari anche dicendo una valanga di cazzate, ma che me la facesse smaltire un po’, abbandonando la routine casa-lavoro-palestra-piscina che cominciava a pesarmi addosso come un regime carcerario. Salgo in bici e stacco la spina, salgo in bici e tutto il resto si fotte. Ogni preoccupazione viene messa in stand-by, la cosa importante è addomesticare la salita o la discesa di turno, e godere, anche se la cosa può sembrare strana, di quel respiro sempre più rotto, di quell’abbigliamento sintetico sempre più pregno di polvere e sudore. La cosa importante: portarla a casa.[/FONT]
[FONT=&quot] [/FONT]
[FONT=&quot]E così, dopo aver bevuto “a oltranza” a cena, cosa di meglio che andare in uno dei diversi stand-ristoro a bersi una bella birretta?!? “Bella”, si fa per dire, perché io una birra più pessima non credo di averla mai bevuta. [/FONT]
[FONT=&quot]5)[FONT=&quot] [/FONT][/FONT][FONT=&quot]Premiata osteria “Da Turi” (parte seconda)[/FONT]
[FONT=&quot]Sabato 23, Ore 00.45 circa.[/FONT]
[FONT=&quot]Quando torni dal giro alcoolico, cosa c’è di meglio che fare una seconda cenetta, visto che con la prima siamo stati “leggerini” (parliamone)?!? Turi riaccende la piastra, e ricomincia a metter su bricioline, salamelle, wurstel e hamburger. Spiedini esauriti. Al tavolo sette bocche fameliche, assente Scagna (se non ricordo male) che si è già ritirato nelle sue stanze per un sonno ristoratore. Di tanto in tanto il suo riposo viene interrotto da Juri, che gli domanda se gli serve qualcosa.[/FONT]
[FONT=&quot]Intanto, si ripresenta il nostro ospite CapoGufo, a cui viene dato l’arduo compito di stabilire chi farà il primo turno di guida nella giornata cominciata da meno di un’ora, quella della gara, Sabato 23. Partenza prevista alle 13.00.[/FONT]
[FONT=&quot]Juri prepara otto nomi scritti in carta da culo nel berretto di Turi, e CapoGufo ha il compito di pescare chi avrà l’”ambitissimo” (scoprirò poi perché) ruolo di apripista. I nomi sono: Gnosse, Cobas, Scagna, Ziglio, Omar, Juri, Turi e il mio. L’ultimo estratto è il primo a partire. L’ordine di estrazione è l’ordine dei partenti.[/FONT]
[FONT=&quot]E chi è l’ultimo estratto?!? Te pareva, io. Se il responso dei bigliettini sia stato taroccato o meno, non lo so e non voglio saperlo. Fatto sta che penso: “ma si, chi se ne frega, via il dente via il dolore, muoia Sansone con tutti i Filistei”. Si alza un venticello che mette a dura prova il puntellamento delle tende (minchia, chiamalo venticello…), e la folla chiassosa e plaudente dei R.S.C., chi prima chi dopo, va a raccogliersi in tenda. L’effetto soporifero della birra è miracoloso, anche se comincio a sentire una certa acidità di stomaco che non mi abbandonerà più fino alle prime luci dell’alba di Domenica.[/FONT]
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[FONT=&quot]6)[FONT=&quot] [/FONT][/FONT][FONT=&quot]Il mattino ha l’oro in bocca[/FONT]
[FONT=&quot]Ore 8.30 circa[/FONT]
[FONT=&quot]Sveglia numero due dopo quella forzata delle 6.00 per irrinunciabili esigenze fisiologiche. C’è una specie di foschia, sono nuvole basse, e la sensazione è di essere finiti chissà come in un autunno come quelli descritti da Fenoglio nelle sue Langhe: incredibile, allora si viaggia davvero nel tempo. In due ore, fortunatamente, si dipana il tutto, e siamo accolti da un sole splendido. Comincia a fare terribilmente caldo, c’è un po’ di vento, cosa che ci permette abbondantemente di sopravvivere. Ora capisco perché nessuno voleva fare il primo turno, vabbè che il secondo sarebbe arrivato mezz’ora dopo, quindi mal comune, mezzo gaudio. Il briefing capitani viene spostato dalle 11.00 alle 12.00 prima, e dalle 12.00 alle 13.00 poi. Di conseguenza, la partenza si sposta dalle 13.00 alle 14.00. Le 13.00 sono l’ora scelta dal gruppone per andare a pranzo, scelgo una bella pasta al pesto che non mi si schioderà dallo stomaco fino alle 21.00, e penso che tra un’ora toccherà a me, che rappresenterò il mio “team”, che mi faccio onore e onere della partenza in un’unica soluzione. Yeah!![/FONT]
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[FONT=&quot]7)[FONT=&quot] [/FONT][/FONT][FONT=&quot]Via lo scarpino, via il dolore[/FONT]
[FONT=&quot]Ore 13.50, - 10 min. alla partenza.[/FONT]
[FONT=&quot]Sono in griglia con quanti altri, forse mille partecipanti. Il caldo è qualcosa di soffocante, la trance agonistica molto, ma molto di più. Forse non dovrei prenderla così, forse non è il caso di tirarsela addosso a questa maniera, ma è troppo divertente. La musica spacca i timpani, tutti tengono il tempo battendo chi le mani, chi un piede, chi mani e piedi. I cervelli languono sotto i caschetti, gli occhi ruotano dietro gli occhialini, parlo di me, ma è un clichè applicabile all’infinito. C’è da fare un piccolo tratto di corsa a piedi, raccogliere la bici messa a lato delle transenne, e da lì in poi, prepararsi all’inferno. Dopo i rituali 30 secondi di count-down, urlato dagli altoparlanti, si parte. In un attimo, la variopinta fiumana dei partecipanti si muove, inonda il tunnel di partenza. Io sono lì che sgomito tra i più, quando succede quello che NON doveva succedere: qualcuno da dietro mi viene addosso e con una pedata mi sfila uno scarpino. Faccio in tempo a fare altri cinquanta metri sospinto dalla folla prima di trovare la forza, dopo una sequela irripetibile di bestemmie, di remare contro: buonanotte. L’unica magrissima consolazione è che non sono solo, qualcun altro si ritrova con lo scarpino sfilato. Avrei preferito mille volte una gomitata nello stomaco, o anche più in basso, uno sgambetto, uno spintone, insomma, qualsiasi cosa a patto che non mi faccia perdere tutto quel tempo. Col cazzo: primo a partire, e primo a subire un danno di qualsivoglia natura. Forse è la rabbia per il tempo perso, fatto sta che salgo sulla bici rischiando di piegare manubrio e pedivelle. Lo scarpino sono riuscito ad allacciarlo solo un minuto prima di salire. Incazzato come un toro che ha preso una randellata nelle palle, sbrano il primo tratto (una salita dolce), e arrivo fino a una spianata in erba, con un bel gradino a fare da rampa di lancio. I primi trenta secondi di gara, nonostante gli inconvenienti, hanno sempre un sapore unico. Arrivi addirittura a sentire freddo, mentre già dilapidi un mare di sudore, ma le gare sono fatte così. Se non ci vuoi stare, il tuo posto è tra il pubblico o a casa, io non ci penso nemmeno, col tempo che c’è voluto a rimettere tutto in moto, neanche un perone fratturato sarebbe un argomento convincente per farmi smettere. Si va finchè ce n’è, se non ce ne sarà più, si fa in tempo ad inventare qualcosa. E avanti.[/FONT]
[FONT=&quot] [/FONT]
[FONT=&quot]8)[FONT=&quot] [/FONT][/FONT][FONT=&quot]I-do-care[/FONT]
[FONT=&quot]Traduzione se vogliamo inutile: ci tengo. [/FONT]
[FONT=&quot]Il motto del team sarà anche “Regalati siam cari”, ma io sono lì che non ci voglio stare, e che sottolineo, litigando con le salite, che la venderò cara, salata, ad un prezzo che non è assolutamente quello di mercato. So di non poter competere coi fenomeni del nostro gruppetto, all’anagrafe Ferrari e Zamproni, e ultimamente neanche con chi ha fatto del training il suo vessillo, vale a dire Bassan, Rizzato e Cobianchi. E’ di tutta probabilità che prenda su qualcosa anche da Ziglioli e Scagnelli, anzi, è praticamente certo. Il riassunto di queste tre righe è che sono lo scarsone di turno. Nota a margine: chi se ne frega. Magari mi sottovaluto, la prendo con un tono ampiamente scherzoso, ma il concetto è questo: i margini di miglioramento ci sono, garantito, e li voglio rosicchiare, gustandoli a poco a poco, assaporandoli come si assapora lo stupore di chi non ci avrebbe scommesso un centesimo. Facciamo l’analisi di cosa ho fatto finora: il primo tratto è andato, il secondo, in discesa tra i boschi, pure, avrei potuto essere più veloce, ma il tracciato non lo conosco ancora bene, l’ho solo visto alla mattina con Michele. Poi, c’è un tratto bellissimo sempre in discesa, che si conclude bruscamente con una salita, quella che conduce a un tratto costiero. Vedere il golfo che si apre mentre ti avvicini piano piano è un’esperienza che lascia senza mezzi termini sbalorditi, basta un colpo d’occhio a farti afferrare la potenza della natura, a farti capire cosa è eterno e cosa non dura, e che quindi bisogna fare in fretta. Intanto, mi godo il primo dei miei miglioramenti: l’anno scorso avrei fatto senz’altro metà delle salite spingendo la bici a mano e ansando come una partoriente o un tubercolotico, adesso sono qua che cerco di far mulinare i pedali anche se pagherei per avere un rapporto più corto, visto che alcuni tratti hanno la pendenza di una pista da sci. [/FONT]
[FONT=&quot]Però di solito, le piste da sci le prendo al contrario, dall’alto al basso, e c’è la neve, e se non gli sci, la tavola. Non penso esista a questo mondo una seduta più scomoda di quella di una MTB su una salita ripida. Ultimo sforzo, e scollino.[/FONT]
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[FONT=&quot]Si apre un sentiero decisamente largo, e vedo gli uomini della protezione civile che brandeggiano un curioso nebulizzatore d’acqua. Serve ad abbassare bruscamente la temperatura di uomini e donne che rischiano l’ebollizione, me compreso, fatto sta, che quando mi avvicino, il getto si interrompe per un attimo. E allora, in ossequio alla frase di Dumas in apertura, compongo il mio poema: “SI, SI, SI, OH, SI!!!” Il volontario fa il suo dovere e quella nuvola d’acqua leggera, in un istante, mi fa venire in mente mille cose, è il brivido improvviso che risveglia l’anima dai suoi sopiti ricordi. Il sole cocente, il profumo del mare, giù a qualche centinaio di metri, mi ricordano quando si tornava a casa dalla spiaggia, le ferie da bambino. Un tavolo sotto un portico, un filo d’aria a smuovere le tende immancabilmente presenti alle porte delle case di Puglia, e una nidiata di marmocchi e adulti che sciamano a sedersi sulle sedie, col costume ancora umido. L’imbiancatura a calce dei muri, accecante, i panni stesi a un filo, e mia mamma che arriva con un vassoio di cotolette di pollo ancora sfrigolanti di frittura. Maledetto spruzzo d’acqua, non potevi durare un po’ di più?!? No, c’è una tabella oraria, da me stesso compilata, da rispettare alla lettera. I miei compagni di avventura dovranno aspettare, mi dispiace, e allora facciamo in modo che aspettino il meno possibile. Ultimo tratto in salita, quel sole così bruciante dovrei odiarlo, le pietre lucenti, che tante volte frenano la mia andatura, anche. Non ce la faccio, sono troppo carico, mi piace troppo, comincia la discesa, e a circa un chilometro, facciamo due, c’è la civiltà. Il tracciato dovrebbe misurare otto chilometri e duecento metri, a me sono parsi ottantadue: ottanta di salita, e due di discesa. Non avevo ancora messo in conto il toboga.[/FONT]
[FONT=&quot]Quando sono concentrato, allo spasimo, da non poterne più, spesso mi ronzano in mente delle canzoni. Amo tanto la musica, e la ascolto così spesso, che la mia mente mi fa da impianto stereo. La canzone che in questo momento il mio hi-fi spirituale mi suggerisce, è questa:[/FONT]
[FONT=&quot][url=http://www.youtube.com/watch?v=mugY90G6Yko]YouTube - R. Kelly - Hold On[/FONT][/URL][FONT=&quot][/FONT]
[FONT=&quot]Fa parte della colonna sonora di Ali, splendido film che racconta la vita del più grande atleta della storia. Hold on, significa letteralmente “tieni duro”.[/FONT]
[FONT=&quot]Sacrifice/paying the price/struggle/all your life (Sacrificio/pagando il prezzo/sforzo/tutta la vita)[/FONT]
[FONT=&quot]Until the finish/I’ill be strong (Fino alla fine/sarò forte).[/FONT]
[FONT=&quot]Sarò un rompicoglioni, ma mi sono venuti i brividi.[/FONT]
[FONT=&quot]Però adesso la poesia comincia ad essere fuori contesto, perché comincia la discesa, e comincia con una pietraia che a vederla fa a paura, tranne a chi ti vende i liquidi antiforatura.[/FONT]
[FONT=&quot]I primi tempi su ostacoli del genere potevo ancora permettermi il lusso di stare praticamente fermo, di stare lì a pensarci, poi mi sono reso conto che in questi frangenti la filosofia non paga, mai. Quello che conta è il 26 x 2.10 che ho davanti e dietro, quello che conta sono gli ammortizzatori nella forcella e ancora di più quelli negli avanbracci, e che gli alberi si sfiorino senza prenderli. Le prime 3 o 4 tornate del toboga sono strettissime, poi a mano a mano diventano più larghe e meno insidiose. [/FONT]
[FONT=&quot]“Dai Walter, dai Walter!!” E’ Massimo, appollaiato sopra un albero. Magari lui vedendomi penserà che sono fermo, e un vecchietto con la graziella e il giornale sottobraccio, con degli spessi occhialoni neri avrebbe fatto di meglio, meno tempo e traiettoria più pulita. Ma non ci bado, quello che conta è sbranare i metri che mi separano dalla zona cambio senza trovarmi, fisicamente, a mordere il terreno.[/FONT]
[FONT=&quot]“Bravo Santo!!!” E questo è Claudio, che esulta su di un mio cambio di traiettoria aereo, fatto alzando di peso la bici e convincendola, poco elegantemente nelle intenzioni, ma molto nel movimento, a cambiare direzione. Il resto del pubblico è concorde.[/FONT]
[FONT=&quot]Tratto di erba in piana, le gambe sono ubriache almeno quanto il resto del corpo la sera prima, e allora si avventano sui pedali con la ferocia di un falco che agguanta un topolino. Sarà anche lungo il rapporto, ma non c’è tempo per rendersene conto, sono letteralmente frastornato dalla foga. Curva a gomito, salita tra le vigne, giù una corona.[/FONT]
[FONT=&quot]“Vai Santo!!!” E Juri, il mio cambio, contento di vedermi. Passo sul tappetino che rileva il passaggio del chip. Vai vai vai vai!!! Accidenti, quanta roba che si riesce a farci stare, in otto chilometri e rotti.[/FONT]
[FONT=&quot] [/FONT]
[FONT=&quot]9)[FONT=&quot] [/FONT][/FONT][FONT=&quot]Contento di vedervi.[/FONT]
[FONT=&quot]Ore 14.40 circa[/FONT]
[FONT=&quot]Juri si fa il suo giro, si prepara Turi. Il clima famigliare che ho ricostruito in cima al tracciato mentre l’uomo della protezione civile mi nebulizzava lo rivedo qui, molto più chiassoso e goliardico. C’è sempre un vincitore in questo genere di manifestazioni: il buonumore. E’ difficile farmi ridere e difficilissimo raddrizzarmi una giornata partita male, ma in gara, a parte il diluvio di Cremona dove non me n’è andata bene una che sia una, si divertono sempre tutti. Basta buttare un’occhiata attorno, sono tutti sereni e sorridenti. La musica, il cibo, la birra (portata da casa), gli stand, mettono tutti d’accordo. Lo chiamano “bike-festival”, ed è così. Il clima è rimasto buono a parte qualche nuvoletta passeggera, farà caldo, anche in notturna, ve lo anticipo fin da ora. In men che non si dica mi levo di dosso la maglietta e i calzoncini, fradici di sudore e conditi di polvere, via anche i calzettoni, accappatoio e via, in doccia. Dire che una doccia dopo un giro del genere ti rimette al mondo è una descrizione sommaria di quello che succede: l’unica è provarla. Torno al campo e comincio a leggere un libro il cui titolo è quanto mai allineato alla manifestazione: “Capitani coraggiosi”. Ce n’è un parco pieno.[/FONT]
[FONT=&quot] [/FONT]
[FONT=&quot]10)[FONT=&quot] [/FONT][/FONT][FONT=&quot] Avanti fortissimo![/FONT]
[FONT=&quot]Sembrano tante, quattro ore di attesa. Sembrano. E’ il countdown che scatta quando attraversi a fatica, vista la folla plaudente, il tratto tra la zona cambio e il campeggio. Tempo di arrivare, fare 2 parole coi compagni di avventura, spogliarsi, buttarsi in doccia, magari farsi una mezza dormita, che è di nuovo ora di rimettersi addosso calzoncini maglietta e scarpini e far capire a quel duro percorso che sei più duro tu. In questo momento sono circa le 18.00, fa un po’ meno caldo di prima, ma si muore uguale. In cielo non una nuvola, tutti i tratti in salita sono una sofferenza. Però non posso fare a meno di notare che il tanto osannato tracciato di Finale si merita tutte le lodi ad esso attribuite, in particolare è il tratto a strapiombo sul mare che veramente lascia senza parole, e senza fiato. Non ammette errori, la bici ci passa giusta giusta, non perdona. Non si può dimenticare. E’ il mio secondo giro, e il mio miglior passaggio, 33 minuti e qualcosa. Si può fare di meglio, ma l’autostima sale. Mi piace da morire il fatto che tra bikers c’è sempre una buona parola, ci si fa coraggio a vicenda, lo sport è SPORT comunque la guardi. Secondo giro, circa sedici km. percorsi, le gambe si, sono provate, ma anche la schiena chiede il suo tributo. In questi frangenti è impossibile non apprezzare lo spirito dei solitari, che pur con tuttaltro ritmo compongono un puzzle di infiniti pezzi: minuti di sella, pedalate, respiri, battiti cardiaci, gocce di sudore. I team si prendono ognuno una sezione del puzzle e lo compongono assieme, i solitari si smazzano tutto da loro. E’ abbastanza dura subire tanti sorpassi da personaggi che in salita tirano dei rapporti IMPOSSIBILI, ma è altrettanto rassicurante, di tanto in tanto, piazzarne qualcuno. Sono talmente preso che in quel tracciato mi sembra di esserci nato, i volontari della protezione civile, mi pare di conoscerli da sempre, il mio misantropismo viene epurato da una copiosa doccia di sudore. [/FONT]
[FONT=&quot]Vedendo gente che arranca sulle salite con la bici su una spalla, e sull’altra il referto autoptico cerchio-camera-copertone, altri che ricompongono catene con la bici a gambe all’aria, altri che smanettano sulle pompette o avvitano le bombolette di CO2 sulle valvole, faccio appello alla mia solita “fortuna da biker”: finora qualche gara, e mai una foratura, mai una rottura di qualcosa, mai una caduta. La vogliamo chiamare fortuna da principianti, anche se mamma e papà mi hanno tolto le rotelline prima del sesto compleanno?!?[/FONT]
[FONT=&quot]Fine turno, solito passaggio nelle vigne. Su in cima c’è molto altro, appena prima c’è il toboga, ma quel banalissimo tratto di meno di un chilometro rappresenta per me qualcosa di speciale. Uscire da in mezzo alla macchia e ritrovarsi tra le tende dei campeggiatori, gli spettatori assiepati, il clamore di folla e la musica assordante è qualcosa che non si può descrivere a parole: ti toglie il poco fiato rimasto, costringe gli occhi a farsi avidi, e a carpire tutto quello che possono per alimentare la memoria. Bike to the future, come tuona lo slogan, ma in quel momento il tuo orologio biologico è fermo, lo stillicidio dei secondi in tutti i cronometri del mondo è un climax discendente, rasenta l’immobilità. E la storia diventa davvero una trama di momenti senza tempo, come diceva Eliot, la TUA storia, quella che tessi in quel momento. Ti godi ogni convulso respiro, ogni sollecitazione che il terreno consegna al manubrio, e in quell’ebbrezza di braccia alzate, di voci festosamente urlanti, di volti ora sorridenti, ora concentrati, capisci che quello che cerchi, forse, non è poi così lontano.[/FONT]
[FONT=&quot] [/FONT]
[FONT=&quot]11)[FONT=&quot] [/FONT][/FONT][FONT=&quot]One night in Finale[/FONT]
[FONT=&quot]Ore 22.00 circa[/FONT]
[FONT=&quot]“Sveglia, tocca a te!!” La lampo della mia tenda non l’ho sentita, Massimo che mi tira le caviglie per una “delicatissima” sveglia, si. Mi dice di mettere il completo corto, perché nonostante sia calato il sole, fa parecchio caldo. Ed ha ragione. Dopo la disfatta di Cremona, in cui mi sono perso la notte perché diluviava, faceva freddissimo e la mia tenda era sfasciata, qui non sono ammesse scuse. Il fanale ideato da Cobas funziona egregiamente, e mi accorgo con piacere che la luce a LED, pur fredda e asettica peggio del neon, limita il fastidiosissimo effetto della polvere sospesa. E di polvere, credetemi, se ne alzava a metri cubi. Partire in notturna, abbandonare le ridondanti luci del campo-base per farsi inghiottire dall’oscurità, e ricostruire metro per metro il tuo tracciato: ecco un’altra delle emozioni da provare. Tira un po’ d’aria fresca, ma fa comunque parecchio caldo. Non dimenticherò mai il tratto in salita, dove la strada si allargava decisamente dopo la prima discesa tra i boschi, dove a parte il mio fanale sul manubrio le uniche luci che vedevo erano quelle fioche dei fanalini di coda degli altri partecipanti che mi stavano davanti. Dietro, in quel momento, non avevo nessuno: indescrivibile. Indescrivibile il crepitio dei sassolini sotto le ruote, come un lento Gospel votato a costruire il coraggio, indescrivibile l’assente sensazione di velocità. Non puoi leggere il contachilometri, le illusorie dimensioni “tempo” e “spazio”, da sempre disputa dei fisici, cadono come sabbia nell’acqua del mare, non sai dove sei, e quanto sei veloce, i tuoi spostamenti in quel momento sembrano il prodotto della tua fantasia: è come se quello che ti aspetta ti venisse incontro.[/FONT]
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[FONT=&quot]E se a venirti incontro è quel golfo illuminato che prima avevi visto sotto il sole, e gli echi della musica a qualche centinaio di metri più in basso di te, c’è il rischio concreto che il tuo cuore batta ancora più forte, e che il tuo respiro sia ancora più scomposto. Certi rischi bisogna correrli.[/FONT]
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[FONT=&quot]12)[FONT=&quot] [/FONT][/FONT][FONT=&quot] Incidenti di percorso[/FONT]
[FONT=&quot]Domenica 24/05/2009, ore 02.00 circa.[/FONT]
[FONT=&quot]Alla fine del precedente giro, alle 22.40, sono crollato, lo ammetto. Mi sono spogliato nudo e mi sono buttato in tenda, fortunatamente stavolta non mi è venuto a svegliare nessuno. Mi sono risvegliato un paio d’ore più tardi, ho avuto il pudore di vestirmi, ho addentato famelicamente qualcosa (non mi abituerò mai: è incredibile quello che riesci a ingerire nel corso di una gara del genere), e ho cercato con un the caldo di mitigare l’odiosa acidità di stomaco che mi flagella oramai da ore. E’ stata accesa la stufetta per asciugare i vestiti, nella tenda di Cobas, che ora dorme come un gatto sul tappeto di casa, malgrado la temperatura del locale si stimi in circa 50 gradi.[/FONT]
[FONT=&quot] Massimo fa pervenire una classifica provvisoria: non siamo messi benissimo ma neanche malissimo. Omar gira oramai sulla media del “ventisei – e – qualcosa” fisso: un tempo da prime posizioni della classifica. Per quel che mi riguarda, ho abbandonato la diatriba dei tempi: quello che voglio fare è evitare di spremermi in pianura, perché poi in salita si muore, e conciliare velocità di percorrenza evitando di trovarmi con la faccia per terra in discesa. Funziona tutto bene, solo il cambio della mia bici comincia a denunciare segni di squilibrio mentale. Porterà a termine la gara, ma tempo un centinaio di km. e sarà ora di metterci mano.[/FONT]
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[FONT=&quot]Non c’è tempo per essere stanchi o doloranti, c’è tempo solo per mettersi addosso il completo, gli scarpini, il casco e i guanti e raggiungere il tendone-cambio. Claudio arriva con un leggero ritardo rispetto alla tornata precedente: capita, a volte, di incontrare del traffico.[/FONT]
[FONT=&quot]L’aria leggermente più fredda e più umida è un segnale inequivocabile. Sta a dire che sei nel “vivo”, prima nel bosco, poi nella breve salita stretta, dopo ancora nella discesa con gli alberi “imbottiti”. Noterò con piacere che in notturna (o almeno per quel che mi riguarda) che i tempi sono più o meno gli stessi, minuto più, minuto più, minuto più ancora, di quelli del giorno.[/FONT]
[FONT=&quot]Immagino che il perché sia dovuto al nostro corpo che impara la strada a memoria, agli occhi che trovano le cose lì dove le avevano lasciate, alle luci e i suoni in lontananza che sembrano l’insegna dell’ultimo bar aperto, mentre viaggi con la macchina su una statale buia e preghi per un caffè.[/FONT]
[FONT=&quot]L’acidità di stomaco non molla, le alternative sono: o soffrire in silenzio, o soffrire lamentandosi, ma lamentarsi non serve a niente, quindi silenzio, e pedalare.[/FONT]
[FONT=&quot]Un suono sgradevole attira la mia attenzione, il buio mi costringe ad un attimo di paura, è il suono secco, metallico, di due corpi che collidono.[/FONT]
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[FONT=&quot]Arriva puntuale la spiegazione: “ma come cazzo si fa dico io, senza il fanale dietro!!!” Sono due che si sono presi nel buio, un tamponamento in salita. Non riesco a seguire il resto della colorita diatriba perché non ho il tempo, né la voglia, di fermarmi. Raggiungo la salita più ripida, diluisco la polvere che ho in gola con un po’ d’acqua, e negli ultimi metri in pendenza il polpaccio destro dolorante mi ricorda che sto facendo sul serio. Solo nei tratti in falsopiano e nelle salite meno ripide ho la perenne sensazione di prendermela comoda, ma non so quanto ciò rispecchi la realtà. Devo ancora prendermi le misure per bene, sapere quali sono i miei limiti nella certezza che sono ancora troppo bassi. L’unica maniera per saperlo è pedalare, pedalare finchè il doloretto al polpaccio destro non diventa un compagno di viaggio, il monitor della mia condizione. Non lo so ancora, che posso limare circa otto minuti al giro (in termini ciclistici un’era geologica) a chi va più forte di me, pesa dai 10 ai 20 kg. in meno e ha fatto nella sola stagione la stessa strada che faccio io in due anni. Basta la voglia, e di quella ce n’è da buttar via. Voglia di vedere Juri che parte mentre io esco dal tracciato, voglia di farmi un’altra doccia e rilassarmi cinque minuti. Voglia che arrivino le sei del mattino, per vedermi le prime luci dell’alba. La visione che per tanti anni mi ha fatto alzare prima degli altri, quando ero in ferie, per vedersi risvegliare i luoghi che amo. Ora non è una cosa che voglio, mi tocca e basta. Ce la siamo guadagnata, tutti quanti, quelli bravi e quelli male in arnese, quelli forti e quelli un po’ più rassegnati, a chi è andata liscia e a chi ha spaccato la bici, quello con la Graziella, l’altro con la bici-cavallo di cartapesta, e l’altro con la maschera da cinghiale e il carretto a traino. E anche i legionari col tandem, tutti nello stesso girone dantesco dei dannati del pedale, a scontare la loro pena, e uscire a rivedere il sole anziché le stelle.[/FONT]
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[FONT=&quot]13)[FONT=&quot] [/FONT][/FONT][FONT=&quot]Il prezzo da pagare.[/FONT]
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[FONT=&quot]Domenica 24/05/2009, ore 06.00 circa.[/FONT]
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[FONT=&quot]La tanto attesa alba, mille volte più afosa e carica di tensione di quella del giorno prima, mi porta una brutta sorpresa. Dovevo aspettarmelo, dai e dai, pedala tu che pedalo anch’io, allunga qua che prima mi sono risparmiato, frena più tardi che prima ero corto, e siamo alla frutta, e arriva il conto: sono stanco. Claudio è leggermente più lento, e l’attesa sotto il tendone è snervante, voglio partire per arrivare, mettendoci il tempo che ci vuole. Intanto si sente un tonfo: la pedana di partenza umida ha tratto in inganno un biker partito con una foga incredibile, e atterrato con un’incredibile culata. Nel frattempo sento una voce che grida il mio nome, ci scambiamo il favore, due braccia alzate, cambio pulito. Vengo a sapere che il pregevole meccanismo nella notte si è inceppato, ma ad oggi non ne ricordo i protagonisti, anche perché dormivo.[/FONT]
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[FONT=&quot]Comunque, cambiamo argomento. Sento addosso, mentre percorro la mia quinta tornata, sia tutte le asperità raccolte dagli avambracci che dalla schiena (con particolare riferimento alla parte terminale della stessa), che tutti gli sforzi fatti in salita, che tutta la polvere respirata. I miei indumenti sono letteralmente fradici di sudore, la fronte sgocciola creando quel fastidiosissimo fenomeno che si chiama “sudore negli occhi”, e mi tocca rimanere sbalordito per l’ennesima volta. C’è, la tentazione di scendere e spingere, lo provo, il desiderio di rimanere da solo per tagliare, ma ci sono troppi testimoni, e questa cosa l’ho presa terribilmente sul serio. Il tratto più ripido stavolta mi ha messo davvero in difficoltà,le gambe fanno quel che possono, senza sapere cosa fanno, perché anche la mente che le governa ha il suo bel da fare. Provo l’aiuto chimico di una lattina di Burn, che tanto per rimanere fedele al nome dato al prodotto, mi brucia lo stomaco. Mi trascino fin dentro al Toboga praticamente in preda a me stesso. Avrei qualcosa da raccontare anche cedendo alla tentazione di una breve pausa, ma sarebbe una sfumatura non desiderata, una distrazione all’interno di un romanzo a pedali che per il momento sembra proprio non avere esaurito la sua linfa. Intanto raggiungo di nuovo il campo-base come in un sogno. L’argomento di attualità è: chi sarà così fortunato da fare un giro più degli altri?!? A me è già capitata la “fortuna” della partenza, la “fortuna” dell’arrivo è di Ziglio. Non accoglie la notizia con gran gioia, ma come si dice, “a ognuno il suo”.[/FONT]
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[FONT=&quot]14)[FONT=&quot] [/FONT][/FONT][FONT=&quot]Ci siamo quasi!![/FONT]
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[FONT=&quot]Domenica 24/05/2009, ore 10.00 circa.[/FONT]
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[FONT=&quot]Di questo giro non ho un ricordo particolare, se non che stranamente mi ha provato meno di quello precedente. Finalmente sono riuscito a digerire la pasta di ventuno ore prima, probabilmente sudandola, ma nel mio stomaco c’è ancora qualcosa di molto simile all’atmosfera di Venere, che come molti ben sapranno si compone di acido solforico al 90 %.Sarebbe un sollievo anche vomitare, ma a quanto pare non sono così fortunato. La gente che si avventura per le salite con la bici a spinta è aumentata, e la cosa ci può anche stare: io, pedalando, tengo più o meno il passo loro. Sull’ormai famigerato crinalino che rappresenta il termine della salità più dura, stavolta però, devo scendere anch’io: qualcuno in cima ha perso lo slancio cadendo, e lo stesso succede a me, visto che un pedale non mi si sgancia. Incerti del mestiere. Ne approfitto per godermi l’aroma dei pini marittimi, e non so se provare una certa rabbia per chi se ne sta a cotolettarsi in spiaggia, approfittando dello splendido tempo, o provare una certa gioia per il fatto che l’avventura cominciata ormai quasi 24 ore prima stia per giungere alla conclusione. Da avido quale sono, mi prendo entrambe le sensazioni.[/FONT]
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[FONT=&quot]15)[FONT=&quot] [/FONT][/FONT][FONT=&quot]Valvola di sfogo[/FONT]
[FONT=&quot]Ore 14.00: la partenza[/FONT]
[FONT=&quot]Ore 14.40: l’arrivo.[/FONT]
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[FONT=&quot]I miei tempi sono i peggiori del gruppone, ma la cosa non mi crea il benché minimo imbarazzo. Il sudore smette di essere uno stillicidio costante e inarrestabile, e diventa un diluvio. Respiro così forte che il tracciato, invece di percorrerlo, mi sembra di sbranarlo. Ma ci metto troppo lo stesso. Per la volta numero sette, bosco salto nell’erba salita dolce salita ripida discesa tra gli alberi tratto a strapiombo sul mare, slargo con volontari protezione civile, salita ammazzacristiani, pietraia taglia gomme, tratto insidioso con terra sabbiosa, toboga, vigna, urla, strepiti, musica ad alto volume, gente che va, gente che viene, figure in accappatoio provenienti o andanti verso la doccia, bambini con gelato, mamme che li accompagnano,ragazze graziose in calzoncino corto…[/FONT]
[FONT=&quot]Zona cambio.[/FONT]
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[FONT=&quot]Devo misurare il fiato, mi servirà tutto.[/FONT]
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[FONT=&quot]Passo tra la folla nella salita che mi separa dalle tende con fare quasi allucinato, faccio fatica a credere che la disputa sia finita, faccio fatica a credere che sia andata così liscia. Mi è piaciuta.[/FONT]
[FONT=&quot]E’ ora di buttarsi a terra, urlare “E’ andata”.[/FONT]
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[FONT=&quot]È andata.[/FONT]
[FONT=&quot]È andata.[/FONT]
[FONT=&quot]È andata.[/FONT]
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[FONT=&quot]E poi di tirarsi addosso il fusto da 20 litri d’acqua che Turi aveva preparato per lavare i piatti.[/FONT]
[FONT=&quot]È stata dura, ma la rifarei al volo. Adesso si tratta solo di tornare coi piedi per terra, smontare la tendopoli, pregare qualcuno perché pieghi la mia odiatissima tenda automontante (2 secondi per aprirla, tutta la vita per chiuderla), e Scagna puntualmente si prodiga. In cambio mi offro di dare una mano a tirare su la montagna di rifiuti generati in 24 ore, piegare i teloni, sistemare le tende, mettere assieme gli scatoloni, mentre ci si gode collettivamente una rituale birretta e si mangia l’ultima pasta. A conti fatti è più faticoso preparare la trasferta che partecipare alla gara, ma è un sacrificio che si corre volentieri. Quello che ci aspetta, in cambio, non capita tutti i giorni, ma solo qualche volta durante l’anno. Fatica, sudore, fiato spezzato. E un romanzo che si compone di tante pedalate.[/FONT]
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[FONT=&quot]E si consuma in un urlo solo: è andata.[/FONT]
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