Supramonte: Giuntura (Eroi x 1 giorno)

AndreaPirroni

Biker novus
31/5/16
2
0
0
Ci sono esperienze magiche capaci di lasciare dolci cicatrici dentro me, di quelle che immagino sapranno addolcire come nient’altro la mia vecchiaia, uniche chiavi in grado di aprire il cassetto dei miei ricordi più dolci, per tornare indietro nel tempo, quando anche io sono stato giovane.
Quella di sabato 22 ottobre 2016 e’ stata una di quelle.


Giuntura, questa la meta per 6 ragazzi, 6 sognatori, 6 eroi per un giorno.
Simone Ferru: il meccanico.
Roberto Lai: il tattico.
Stefano Farris: il dottore.
Enrico Floris: il risolutore.
Emanuele Orru’: il professore.
Ed il sottoscritto: Andrea Pirroni, la mente.
Questa la squadra, sapientemente formata pescando dal celebre Gruppo CcS (Consorzio ciclisti Sestesi) ognuno dotato di qualita’ psico fisiche uniche, ciascuno eccellente se preso singolarmente, magico se combinato con gli altri. Tutti insieme, uno per tutti e tutti per uno, per raggiungere il nobile scopo. Raggiungere l’immortalità ciclistica. Scendere in Paradiso… Per poi risalire lungo le pendici dell’Inferno.
Tre di noi, la Mente, Il Risolutore ed il Dottore, in avanscoperta ad Urzulei dalla sera prima, per prendere confidenza con cibi e tradizioni locali; altri 3, il Tattico, il Meccanico ed il Professore, arrivati in loco la mattina della partenza. Ci incontriamo sulla SS 125 alle 7, pochi km a nord di Urzulei, quando la notte sta cominciando a diradarsi. L’obiettivo è quello di essere in sella alle prime luci del giorno per evitare di dover incorrere in un rientro alla luce dei faretti. Il punto in cui sostiamo in auto e’ il cuile Televai: lo raggiungiamo in una quindicina di minuti percorrendo una strada asfaltata. I termometri delle auto preannunciano una temperatura gelida ma solo una volta fuori ci rendiamo conto che in realta’ e’ anche peggio di quanto ci aspettassimo: - 2 gradi… Si gela.
Prepariamo i mezzi per la partenza, ognuno a suo modo ansioso per l’imminente viaggio: chi allegramente su di giri… Chi taciturno e pensieroso chino sulla sua bike intento a settare gli ultimi dettagli… E chi nervosamente polemico per la sveglia alle 4 ed il freddo inaspettato. Tutti atteggiamenti perfettamente incastrati in un puzzle studiato a monte dalla mia geniale mente organizzatrice: una perfetta alchimia mentale alimentata dalle differenti anime presenti, frutto di un’equazione a 6 variabili perfettamente bilanciata, in un vortice di scambi emozionali in cui ciascuno di noi riuscira’ a tirare fuori il meglio dagli altri 5.
Siamo in sella poco prima delle 8, bardati come fosse inverno inoltrato, mani e piedi insensibili ma entusiasmo a mille. Imbocchiamo una mulattiera che parte proprio a fianco al cuile e capiamo immediatamente di che pasta sara’ fatto il percorso che ci attende: anche in pianura pedalare è un’impresa, dove pietre e arbusti costellano il tragitto obbligandoci a numeri da freestylers (i meno tecnici come me saranno costretti a mettere i piedi a terra piu’ e piu’ volte, ma poco male… Saranno occasioni per ammirare il paesaggio che sin dai primi metri si presenta meraviglioso). il Supramonte e’ questo, un territorio dove km e dislivelli sono solo meri numeri incapaci di rappresentare la vera natura del percorso.Si avanza in una stretta valle chiusa tra due immense pareti di roccia viva. Pochi minuti e subito i primi simpatici incontri: alcune mucche coi loro vitelli ci sbarrano il percorso. Avanziamo prudentemente per evitare spiacevoli inconveniente, ma ben presto ci accorgiamo che la loro mansuetudine e’ proporzionale alla loro stazza. Poche centinaia di metri ed ecco i primi maialini. Alcuni istanti e sulla cresta alla nostra sinistra notiamo una decina di mufloni, forse cervi, chissa’… Insomma: appare chiaro che la nostra avventura sara’ continuamente sotto gli occhi dei cordiali abitanti del Supramonte. Dopo un primo tratto tecnico fatto di saliscendi la via si fa piu’ dolce, ed assieme ad essa anche le temperature. I primi raggi di sole ci spingono a liberarci di qualche indumento di troppo e poi si continua circondati da una natura incontaminata; qualche bello strappetto che cancella definitivamente il freddo dentro noi e dopo quasi 6 km si arriva alle tombe dei giganti di S’Arena, dove sostiamo una decina di minuti a contemplare opere e paesaggio circostante, accompagnati dagli accurati cenni storici del Professore’. Ripartiamo diretti verso il primo ostacolo serio della giornata: il guado del Flumineddu. Poco prima del fiume il primo inconveniente colpisce quello che, come suo solito, e’ il prezioso parafulmine del gruppo: il Professore, l’unico che con la sua smisurata dose di onniscente consapevolezza, sia in grado di sopportare gli scherzi del destino. Problemi allo zaino: 10 minuti e si riparte. Una piccola disquisizione sulla traccia da seguire nasce tra Il Risolutore e Il Tattico, quest’ultimo certo che una deviazione verso nord ci consentira' di risparmiare qualche metro di antipatico dislivello. Il Risolutore decide di seguire la traccia, il resto del gruppo da fiducia al Tattico: le nostre strade si incrociano dopo pochi minuti ma la diatriba continua. Il Tattico fa valere la sua fama di segugio e seguiamo la sua rotta creativa. Siamo davanti agli argini del Flumineddu, sotto di noi 40 metri di dislivello da colmare; e di un simil sentiero neanche l’ombra. Rifiutiamo l’idea di tornare sui nostri passi ed affrontiamo la discesa in portage: la difficolta’ e’ alta, molti passaggi richiedono estrema attenzione. Il Risolutore rischia la caduta rovinosa. La Mente rimane indietro, impigliato tra le trame inesistenti di un percorso che e’ tale solo nel labirinto della sua fervida fantasia.. Trascorrono 15, forse 20 minuti… Ma alla fine ci ritroviamo tutti sani e salvi sul letto del fiume in secca. Piccola pausa ristoratrice attingendo tra i nostri viveri prima di affrontare la risalita. Il Tattico, in cerca di riscatto, analizzando la mappa gps da per certa la presenza di una strada alternativa che ci fara’ risparmiare tempo e fatica. La leggenda narra che non abbia mai sbagliato due volte di seguito. I numeri sono dalla sua parte. Mettiamo da parte la traccia che punta verso sud e seguiamo un sentiero in direzione opposta, parallelo al fiume, in cerca di una perpendicolare che ci permetta di scollinare. Ne troviamo una dopo solo una cinquantina di metri: la pendenza e’ proibitiva e la fiducia nel Tattico comincia a vacillare. Ma tant’e’… Oramai stiamo ballando… Cominciamo a trascinare le bike lungo la salita, che tuttavia non accenna ad addolcirsi. Dopo alcuni minuti di dolore e fatica il Risolutore intravede alla nostra sinistra, distante alcune centinaia di metri, una bella sterrata pedalabile, la traccia madre. Il Tattico prende atto del credito esaurito e decidiamo di saltare la rete alla nostra sinistra per buttarci in un free ride che in men che non si dica ci porta alla sterrata. Qui inizia la prima vera salita della giornata, 1km o poco piu’, pendenze discrete ma terreno compatto. Si sale circondati da giovani abeti che donano un’aura dolomitica al paesaggio circostante. Prima della cima, mentre sono davanti in solitaria cullato dalla mia piu’ spocchiosa convinzione, essere piu’ forte in salita del Risolutore, ecco un fruscio di rami smossi tra la vegetazione. Intravedo qualcosa che si muove rapidamente. Pochi secondi e una decina di metri davanti a me un piccolo cervo sbuca sulla strada fuggendo via veloce. E cosi anche questo gran premio della montagna non sara’ mio…
Ci riuniamo alla fine dell’ascesa a quota 1.050, al km 9,5. Scavalchiamo una rete grazie ad un’impalcatura in legno. Mangiamo qualcosa e ripartiamo. Breve discesa, larga e sterrata, che ci conduce in una vallata meravigliosa, dove si respira una pacifica quiete. Mucche e maiali vi pascolano beati. La nostra presenza non li spaventa. Ne approfittò per qualche foto mentre il resto del gruppo continua la marcia. Li riprendo dando alla mia cadenza un ritmo sostenuto per alcuni minuti. Meglio risparmiarsi pero’. La strada e’ ancora lunga. Molto lunga. Ci addentriamo in un bosco bellissimo, dove il calcare e le querce invadono i nostri orizzonti. Tratti in salita resi durissimi dal fondo lastricato da bianchissime pietre smosse si alternano a discese e pianura. Alcuni chilometri di questo saliscendi, circondati da alberi secolari che trasudano di tempi lontani. Altro problema allo zaino del Professore: pronto intervento del Meccanico che con pinze e fil di ferro risolve l’inconveniente. Peccato che il Professore abbia ricomposto lo schienale al contrario. E via con l’ilarita’ generale… Altro intervento del Meccanico. E si riparte. Il Risolutore comincia a dare segni di nervosismo: per lui ogni piu’ piccolo intoppo rappresenta un pericoloso mattoncino che potrebbe rappresentare un muro tra noi e la gloria. Giungiamo ad una divertentissima discesa tecnica. Il morale della truppa e’ alto. La Mente, consapevole del ruolo cardine che ricopre all’interno del gruppo, libera l’emozione mantenendola entro i limiti della saggia attenzione. Il Professore, estasiato dal ridondante pensiero di essere immerso in una logica spazio temporale in grado di liberarlo dalla triste routine lavorativa, scende spensierato con un ingenuo sorriso stampato sul volto. Il Risolutore, alla faccia dei denigratori della sua frontina, sicuramente priva di personalita’ enduristica ma ugualmente degna di essere amata come fosse un cucciolo raccolto da un canile, affronta la perdita di quota con seria noncuranza dei limiti tecnici del mezzo. Il Tattico, in passato celebre per il suo ardito coraggio da discesista puro, oggi alle prese con un mutuo ed una casa che ne censurano le spericolate iniziative, riesce inspiegabilmente a ritrovare il manico perduto, riportato in vita dall’ancestrale quadro in cui ci troviamo a dipingere traiettorie. Il Meccanico, pur privo del freno anteriore a causa della perdita totale del liquido lubrificante ancor prima dell’inizio del giro, riesce a dar sfoggio delle sue funamboliche abilita’ scendendo come se non ci fosse domani. Il Dottore sfoga la voglia di single mettendo sul terreno la sua rinomata tecnica, perfetta per questi intricati passaggi pietrosi.
Freddo e portage sono solo un lontano ricordo…
Ricordo che viene cancellato una volta per tutte quanto il Tattico, con una rapida digressione offertaci ed accolta sull’onda dell’entusiasmo generale, riacquista la fiducia del gruppo mostrandoci il celeberrimo Leccio su Pietra, al km 13,5, un grandioso monumento naturalistico che il Professore, in peda ad una sfrenata vena poetica, definisce come un ‘esempio di come la forza della natura prevalga su se stessa’. Idolo.
Approfittiamo dello spettacolo di fronte a noi per una pausa ed un piccolo ristoro. Quando ripartiamo siamo consci che la prossima sara’ una delle tappe piu’ importanti del giro: Nuraghe Mereu. Per raggiungerlo si deve affrontare una salita, non eccessivamente lunga, ma resa dura dal fondo calcareo che ci rende equilibristi su due ruote. Finita la sofferenza a quota 1.000, attraversiamo un bellissimo altipiano dove recuperiamo un po’ di forze. Inizia quindi la discesa tecnica che zigzaga tra alberi secolari dalle forme primitive e ritratti calcarei che raffigurano un’eta’ distante millenni. Il divertimento gravitazionale termina a Nuraghe Mereu, km 20,5, un sito archeologico posto in un contesto da favola. Lasciamo le nostre amate mtb ai piedi delle mura e guadagniamo la cima della struttura. Il panorama che si gode e’ mozzafiato. La vista spazia a 360 gradi per tutto il Supramonte. Nessuna foto potra’ mai suscitare le medesime emozioni che scaturiscono da un simile spettacolo della natura. Di fronte a noi la scintilla che ha acceso il progetto in corso. La nostra meta… Un’enorme gola incastonata tra due pareti di roccia viva.
Gorroppu… Giuntura. Stiamo arrivando.
Il Nuraghe ospita anche un gruppo di Crossisti di Orgosolo, coi quali scambiamo due parole e chiediamo qualche informazione su cosa ci aspetta da qui in avanti, e qualche trekker. Ma la squadra CcS si impossessa del tetto del Nuraghe rendendolo punto ristoro inaccessibile per chicchessia.
Consumiamo il nostro pranzo qua, due panini, qualche dolce e tante risate. Ci sentiamo sul tetto del mondo. Lontani da tutto e da tutti. Un senso di immensa serenita’, liberta’ allo stato puro. Quassu’ e’ come se ogni cosa fosse talmente lontana… E noi irraggiungibili.
La pausa dura circa mezz’ora. Resteremmo qui per ore, se non fosse per quella attraente presenza, li, a portata di sguardo. Nuraghe Mereu e’ il punto di non ritorno. Da qui o si rientra alle auto seguendo una piu’ semplice via alternativa…. Oppure si continua lungo la traccia prevista. Dubbio alcuno solca le nostre intenzioni. Che la discesa abbia inizio.
Il breve tratto iniziale e’ il piu’ difficile; alcuni punti vanno necessariamente affrontati a piedi. Poi pero’ le pieghe si ammorbidiscono e si scende a cannone in un misto di single e free ride che si snoda su una tappeto calcareo. Scendiamo felici come bambini che corrono verso il regalo di Natale posto sotto l’albero. Un passaggio dispettoso coglie in fallo Il Professore, che ruzzola a terra senza tuttavia conseguenze fisiche inopportune: non poteva mancare la sua caduta con consueta ferita sulla gamba; per il Professore un classico. Lacerazione pazientemente medicata dal Dottore. E si puo’ prosegue. Il Tattico ed il Risolutore volano davanti a tutti. La Mente segue poco distante, sempre sul chi va la, in stretto contatto trascendentale col cuore della gola. Improvvisamente scorgo il Dottore fermo, chino sulla sua bike. Catena rotta in tre punti: urge l’intervento del Meccanico, che per fortuna si era attardato alle prese con una Specy imbizzarrita e senza freni. Ci raggiunge il Professore, che dopo l’infortunio precedente opta per un’andatura piu’ assennata; e’ qui che, sfruttando la sosta forzata, nell’atto di prendere il telefono per ritrarre digitalmente alcuni di questi scorci pazzeschi, si accorge delle conseguenze nefaste della sua precedente caduta: scocca posteriore del cellulare deformata. E vai cn le imprecazioni. Oggi capitano tutte a lui! Fortunatamente il dispositivo funziona ancora. Anche se ora ha le sembianze di una buffa opera d’arte post moderna.
Riprendiamo la marcia: oramai mancano poche centinaia di metri alla tanto desiderata visione.
Quando giungiamo nella gola cio’ che ci troviamo innanzi e’ qualcosa che lascia senza fiato. La sensazione e’ come se ci si trovasse in un altro pianeta. Un luogo alieno. Perche’ solo degli alieni avrebbero potuto creare una tal bizzarra intricata composizione di pietra. Chi altro?
Abbandoniamo le bici sul letto di roccia e visitiamo a piedi l’immensa scultura creata nei secoli dallo scorrere delle acque. Anche qua una decine di mucche ci danno il benvenuto.
Ogni angolo scandisce ovattati rintocchi di un tempo che fu. Ovunque si posi lo sguardo vien da chiederti: quanto tempo fa e’ accaduto tutto cio’?
Ci addentriamo fin dove possibile, all’inizio della gola vera e propria, dove una piscina segna il limite oltre il quale Gorroppu puo’ essere scoperto solo con l’ausilio di corde e canotti. Poi ci dirigiamo dalla parte opposta, riprendiamo le bike ed andiamo verso il punto che ha dato il nome alla nostra avventura: Giuntura. L’omonima cascata e’ in secca, ma una piccola piscina sopravvissuta all’arido autunno, posta ai piedi di un insieme di bellissime passarelle naturali, riflette l’insieme di incisioni create dall’erosione dell’acqua nel corso dei millenni. Favoloso. Un gioco di sinuose curve rocciose che portano la fantasia a perdersi nei perché della loro creazione. Le foto di sprecano, pur consci che nessuna rendera’ giustizia a cotanta bellezza.
Fino a quando arriva il momento di andare. Oramai il sole ha cominciato la sua parabola discendente verso l’orizzonte e non possiamo rischiare che freddo e tenebre giungano su di noi prima di essere alle auto.
Ed allora: che risalita sia. S’Ischina e S’Arraiga, questo il suo nome.La Mente ed il Dottore sostituiscono le scarpe da mtb con delle scarpe da tennis: geniale intuizione del Meccanico che ci consentira’ di affrontare la dura ascesa (da quota 550 a quota 800 in meno di 1 km e mezzo) con maggiore facilita’.
Ci aiutiamo l’un l’altro per portare le bici fuori dal letto del fiume in secca; non prima che il Tattico, evidentemente ancora anestetizzato dalla magia del Supramonte, si esibisca in uno stacco in roccia calcarea su ruota anteriore.
Il primo tratto dell’ascesa e’ il piu’ semplice. Si conduce l’amata lungo una salita dalle pendenze si proibitive, ma tuttavia compatta, tanto che il Dottore ed il Risolutore accennano anche a pedalarne un breve tratto. Si va avanti cosi per alcune centinaia di metri, a fatica ma abbastanza linearmente. Poi il gioco si fa improvvisamente duro. Il sentiero sparisce e ci troviamo a condurre le mtb su un terreno scosceso fatto di arbusti e rocce smosse. Si avanza molto lentamente, un passo alla volta, con estrema attenzione. La via da seguire e’ frutto della fantasia: ognuno cerca i punti di appoggio che appaiono piu’ sicuri, ma e’ evidente che ogni metro nasconda delle insidie. Alcuni preferiscono portare la bici in spalla. Altri trascinarla tenendola al proprio fianco. Qualcuno comincia a manifestare i primi segni di cedimento. La Mente, colto da un raptus di schizzofrenica pazzia, prnde ad urlare al vento irripetibili epiteti, che puntualmente gli vengono risbattuti in faccia da un eco dispettoso. Anche il Risolutore, solitamente refrattario alla fatica, perde lucidita’, indirizzandoci verso una direzione errata. Sarebbe potuto essere un errore nefasto. Ma quella che prima era apparso come un manifesto crollo psicologico da parte della Mente, in realta’ altro non e’ stato che la voce della Giuntura, che in contatto spirituale con l’anima del gruppo, ne ha fatto il suo canale sonoro per invocare un aiuto. Ed eccolo, spuntare dal nulla, un pastore del luogo. Che prima ci rimprovera per i nostri schiamazzi, e poi ci ndica quale sia la via da seguire, sorridendo beffardo alla vista del nostro sconforto.
L’errore ci obbliga a un’inversione di rotta estremamente difficoltosa. Guadagniamo metri con una lentezza disarmante. E’ il tratto piu’ duro. Il Professore, forse provato dal fato oggi a lui avverso, ha messo da parte il lessico da universitario oxfordiano per lanciare al cielo improperi da bassifondi. Finche’ arriviamo ad una cresta dove il terreno spiana leggermente. Il pastore ci informa che non manca tanto. Uno sguardo a quella che ci pare essere la cima non ci rassicura. Riprendiamo il cammino, fatto ancora di salita impraticabile, ma quantomeno disseminato di pietre stabili che ci aiutano a mantenere piu’ facilmente l’equilibrio. Non che si sia trasformata in una passeggiata, ma va un po’ meglio. Stiamo salendo da piu’ di un’ora, forse un’ora e mezza. Alle nostre spalle Gorroppu e Giuntura ora appaiono come lontani e malinconici. Sulla parete alla nostra sinistra intravediamo la cascate di Su Cunnu e s’Ebba. Manca poco. La vetta oramai e’ a portata di mano. Un ultimo tratto per portare le bici su in cima e finalmente e’ finita. Ce l’abbiamo fatta. A conferma di come l’inferno sia alle spalle ci accoglie un bellissimo albero dalle foglie color rosso rame che ricordano un tramonto sul mare. Una scintilla che riaccende l’ottimismo tra noi. Per il pastore, che rimastoci accanto fino allo scollinamento, oramai non vi e’ piu’ ragion di star con noi.
Sono quasi le 16 e ci aspetta l’ultimo tratto di strada, quello che ci condurra’ a Sedda ar Baccas prima ed alle auto poi. Alcuni km di saliscendi poi inizia l’ultima ascesa della giornata, poco piu’ di un km veramente tosto, dove la strada e’ lastricata di pietra e pedalare risulta molto faticoso, soprattutto dopo la scalata precedente. Terminata la salita mancano ancora 6 km alla fine. Ma ora si prosegue su un percorso piu’ semplice. Fino alla discesa che conduce al rio Orbissi. Da qui si imbocca un single in piano (i metri iniziali non sono pedalabili causa enormi massi che bloccano il percorso), inizialmente sabbioso, che dopo pochi km ci riporta sulla strada asfaltata percorsa 10 ore prima. Le auto si intravedono, li, a poche centinaia di metri da noi.
Ce l’abbiamo fatta.
La fatica di colpo sparisce. L’autostima raggiunge vette inimmaginabili.
E’ finita. Si ragazzi. E’ finita!
Sono le 17.15 ed il sole riposa gia’ dietro i monti. La temperatura sta nuovamente scendendo vertiginosamente. Decidiamo di cambiarci al volo, di caricare le bici in auto e cercare un posto dove consumare il meritato terzo tempo.
Ci fermiamo poco prima di Baunei, in un’area picnic che scorgiamo da bordo strada.
E via con la conviviale abbuffata. Salumi, formaggi, Carasau, vino, birra, l’immancabile chinotto per la Mente, dolci, torte, patatine…. Saziamo la nostra fame con ogni ben di Dio, ridendo e scherzando, felici.
Ripartiamo dopo circa una mezz’ora. La strada verso casa e’ lunga, la stanchezza tanta, ma il senso di appagamento smisurato.
Arriviamo alle 21. Ed il desiderio e’ solo quello d riposare.
Mai riposo fu tanto desiderato.
Ma oggi ce lo siamo meritato.
Oggi ragazzi siamo stati Eroi.
Eroi per un giorno.

Ci sono esperienze magiche capaci di lasciare dolci cicatrici dentro me, di quelle che immagino sapranno addolcire come nient’altro la mia vecchiaia, uniche chiavi in grado di aprire il cassetto dei miei ricordi più dolci, per tornare indietro nel tempo, quando anche io sono stato giovane.
Quella di sabato 22 ottobre 2016 e’ stata una di quelle.